
Firenze, 4 aprile A.D. 1492
Quella mattina, un’insolita processione aveva turbato la meccanica ripetizione del rituale che si celebrava ogni giorno, tranne le feste comandate, in Porta Santa Maria tra’ martiri. L’usuale sciamare delle donne che si aggiravano indaffarate fra una bottega e l’altra era stato sconvolto dall’austero corteo che si allungava sulla via al seguito degli Ufficiali dei Pupilli di Firenze.
Qualche tempo prima si era spento il mercante Stefano di Francesco Pagni, lasciando una figlioletta, Angelica, ancora lattante, e la vedova Margherita, nuovamente in stato interessante.
Alfiero era da poco rientrato in città. Aveva trascorso gli ultimi giorni nei poderi di campagna per fare provvista di alcune piante officinali e, dopo un breve sosta di preghiera nella chiesa di San Lorenzo, aveva imboccato il vecchio cardo per imbattersi, all’angolo col mercato nuovo, nel severo corteo proprio nel momento in cui si infilava nella ricca bottega del defunto dove, di lì a poco, sarebbe iniziata la redazione dell’inventario del patrimonio caduto in successione.
I due ufficiali, in abiti scuri, entrarono per primi, seguiti da alcuni segretari col compito di compilare materialmente l’elenco dei beni, nonché una nutrita serie di garzoni che avrebbero passato diverse giornate a contare i pezzi delle merci e suppellettili di cui la bottega era ben assortita.
Alfiero si fermò a osservarli per qualche momento, la mente rivolta all’amico mercante prematuramente scomparso. Recitò una preghiera per la salvezza della sua anima e un’altra per invocare la protezione della Vergine Maria e di San Giovanni Battista sui suoi familiari.
Sospirò mestamente e distrattamente posò una mano aperta su un ciondolo che teneva appeso alla catena d’argento che portava a girocollo, un pendaglio a goccia, bombato sulla sommità e affusolato nella parte inferiore. Dopo aver scacciato i tristi ricordi che di tanto in tanto tornavano ad affliggerlo, si diresse all’opposto angolo della strada, su cui si affacciava la bottega di Niccolò di Giacomo Naldi, situata fra gli esercizi commerciali di un beccaio e un pizzicagnolo.
All’esterno, da ambo i lati dell’ingresso, era posizionata una stanga lunga dodici braccia destinata all’esposizione di un campionario della merce che gli avventori avrebbero potuto comprare all’interno: medicamenti officinali, spezie, prodotti dolciari, sapone, profumi e candele.
Entrò in bottega, fece un cenno di saluto ai commessi occupati dietro ai banconi o fra gli scaffali e attraversò il locale a passo sicuro. Alle pareti erano collocate scansie di noce decorate con disegni floreali, sulle quali erano riposte una parte delle materie prime. Sul lato sinistro si trovava un armadio con quaranta cassetti e un banco di vendita sormontato da un armadietto con cinque contenitori per le spezie e un cassetto per il denaro. Dall’altro lato era situato un altro banco per scrivere, pesare la merce e contare i denari. Poco scostato, i commessi avevano riposto un palchetto che agevolava il raggiungimento dei vasi conservati nelle scaffalature più elevate, sulle quali trovava posto ogni sorta di contenitori: bocce, fiaschi, albarelli, orcioli, ampolle, barili, scatole, bossoli e mezzine, oltre a una coppia di stadere recentemente revisionate.
