Vicinanze di Châtellerault, 5 aprile 1498.
La pioggia durava ormai da alcuni giorni ed aveva trasformato in un viscido acquitrino la campagna circostante Châtellerault, un piccolo villaggio, distante poche leghe da Tours. La strada che conduceva all’abitato, fino a quel momento deserta, si animò all’improvviso, riempendosi per tutta la larghezza di un gruppo di uomini a cavallo che la percorrevano lentamente su tre colonne parallele. Montati su imponenti destrieri da guerra, gli uomini, una ventina in tutto, si riparavano alla meno peggio avvolti nei loro mantelli cerati, maledicendo l’acqua che si suddivideva in mille rivoli e, intrufolandosi nelle pieghe dei tessuti come una gelida mano dalle lunghe propaggini, penetrava fin dentro le ossa. Ad un cenno del loro capitano, lasciarono la strada maestra per un sentiero che si inerpicava su una collina coperta da un fitto castagneto e punteggiata qua e là da querce lunghe e sottili.
Attraversarono la foresta percorrendo circa un miglio. Giunti in cima alla collina discesero la china dalla parte opposta dove il sentiero terminava aprendosi in uno spiazzo antistante un mulino ad acqua. Benché fosse quasi mezzogiorno, le piccole finestre avevano ancora le imposte serrate, dando l’impressione che la casa fosse disabitata, nonostante due cavalli impastoiati alla staccionata. Il gruppo a cavallo si aprì a ventaglio sul perimetro circostante il caseggiato, ma nessuno venne loro incontro. «Il mugnaio dev’essere corso a sotterrarsi in qualche buco con tutta la famiglia!» arguì sghignazzando uno degli uomini mentre smontava da cavallo e sguainava una lunga spada. Assieme a lui scesero dai destrieri altri cinque compagni: il capitano André Danès, tre soldati e Juan Cabral, un giovane maestro d’arme spagnolo. André comandava una compagnia di ventura da una decina d’anni e si era fatto le ossa combattendo nelle numerose scorrerie del suo re, Carlo, l’ottavo con quel nome, il quale già progettava una nuova spedizione. L’ultima si era conclusa con un rapido successo ed una altrettanto rapida ritirata. L’esercito aveva varcato le Alpi agli inizi di settembre del 1494 e già a Natale era giunto a Roma. In gennaio avevano preso l’Abruzzo e subito proseguito per conquistare il Napoletano. Il 9 febbraio 1495, il re aveva dato ordine di assaltare l’imprendibile fortezza di Monte San Giovanni sulla linea del Liri. Le mura del coriaceo castello, che pochi anni prima avevano resistito ad un assedio protrattosi per sette anni, vennero sbriciolate dopo appena quattro ore dai nuovi cannoni francesi. Si trattava di armi innovative, non più costruite come le campane, a getto di metallo su un’irregolare anima cilindrica interna che determinava gravi anomalie funzionali e di puntamento. Abbandonata la tecnica precedente, i nuovi cannoni vennero gettati in pezzi pieni, ottenendone l’anima per trapanazione mediante alesatrici idrauliche. Il foro che si ricavava era perfettamente cilindrico e coassiale, riducendo in questo modo la tolleranza fra palla ed anima ed aumentandone conseguentemente la potenza distruttiva. Il panico dilagò e Napoli si arrese subito dopo, permettendo a Carlo di entrarvi il 22 febbraio senza colpo ferire. Veloce fu anche la ritirata, causata dall’ostilità degli altri regni italiani che non vedevano di buon occhio la presenza francese.
André aveva conosciuto il giovane Juan durante l’occupazione napoletana. Era fra i superstiti del cannoneggiamento di Monte San Giovanni ed era rimasto orfano del padre putativo, un generale spagnolo perito sotto il crollo delle mura. Juan fu preso prigioniero, ma André ne notò l’abilità nell’uso delle armi e, garantendogli un regime di semilibertà, ne fece il compagno col quale si esercitava nei periodi di inattività dell’esercito. Frequentandolo si era reso conto anche della buona istruzione ricevuta dallo spagnolo col quale, di lì a poco, strinse un rapporto di reciproco rispetto che in breve si tramutò in sincera amicizia, destinata ad interrompersi bruscamente quando il re ordinò la ritirata ed il rientro in patria. Inaspettatamente lo spagnolo aveva chiesto di unirsi alla compagnia di ventura ed André lo aveva accolto con grande soddisfazione. Da quell’incontro erano passati alcuni anni, durante i quali i due avevano combattuto sotto la medesima bandiera stringendo un legame solido e sempre più indissolubile, ma nel frattempo qualcosa era cambiato. André li aveva condotti davanti a quel mulino, ma né Juan né gli altri compagni ne conoscevano il motivo. Nelle ultime settimane il capitano era divenuto improvvisamente taciturno, scostante ed irrequieto. Gli uomini non ci fecero caso, abituati ai suoi modi bruschi e soprattutto ad obbedire senza fare troppe domande, ma Juan lo conosceva più intimamente ed aveva notato il cambiamento. Ed invano se ne domandava la ragione.
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