Canossa, 25 gennaio A.D. 1077

«Tuo cugino è qui!» Ugo, abate di Cluny, fissava da una finestra la figura del penitente che entrava nel cortile interno al castello. La neve scendeva dolcemente in fiocchi grandi che si posavano su un manto ghiacciato duro come la pietra. L’uomo fuori nello spiazzo sottostante rabbrividì, teneva le braccia avvolte al petto cercando di proteggersi dal freddo pungente. Era scalzo, vestito con un misero saio, il capo scoperto, i lunghi capelli corvini, scendevano scarmigliati sulle spalle. Nulla a che vedere col giovane arrogante, avviluppato in un mantello ornato di soli e stelle che Ugo aveva incontrato solo qualche mese prima. La scomunica che il Papa aveva inflitto a quel ragazzotto imberbe sembrava averne dissolto la boria sprezzante. Sembrava. Ugo ne era poco convinto ed il Papa assai meno. L’unica che confidava in un sincero pentimento era sua cugina: Matilde, magna comitissa di Canossa. La Grancontessa indossava un abito di pesante velluto verde, bordato di pelliccia, con fiori e farfalle ricamati in oro. Si alzò dallo scranno e raggiunse l’abate alla finestra. Guardò giù e finalmente lo vide. Sospirò elettrizzata per la gioia. Enrico, suo cugino, stazionava nella neve vicino alle stalle. Era il quarto imperatore con quel nome. Il suo compagno di giochi, quando un tempo erano allegri fanciulli ignari delle responsabilità che il destino avrebbe riservato loro. Ed ora il re dei re, il sovrano più potente della terra era là sotto, a chiedere perdono.

Com’era potuto succedere? «Finalmente!» riuscì a dire Matilde con un groppo in gola. La felicità si era all’improvviso dissolta per rifar spazio ad un’ansia crescente. Il Papa infatti non sembrava intenzionato a restituire al ragazzo la dignità imperiale di cui la scomunica lo aveva privato. Meinhard se ne stava al riparo, come gli era stato ordinato, immobile, appoggiato ad una colonna del fienile a pochi passi dal suo imperatore. Nonostante la lunga tunica di lana ed il pesante mantello cerato, si sentiva nudo. Un cavaliere disarmato è come un fanciullo senza la madre. Ed Absuin, la sua spada, era più che una madre, eppure si era dovuto sottomettere e, suo malgrado, era stato costretto a consegnarla alle guardie della Grancontessa.

Andava tutto a rovescio: un cavaliere senza armi ed un imperatore senza trono. Espirò pensieroso provocando una nube di vapore. Si mordicchiò il labbro inferiore domandandosi come avrebbe potuto proteggere il suo re in quella dannata situazione. Com’era potuto succedere?

Canossa, 26 gennaio A.D. 1077

«Meinhard!». La voce era un flebile sussurro, il tono sofferente. Il cavaliere si precipitò nel cortile e raggiunse il re. Nessuno dei due aveva chiuso occhio. Enrico aveva pregato tutta la notte, battendosi il petto ed implorando perdono. Meinhard, invece, aveva trascorso il tempo maledicendo il Papa ed immaginando una cospicua varietà di modi orribili per dargli una morte dolorosa. «Sire?» domandò Meinhard dopo averlo raggiunto. «Non sento più i piedi» balbettò il re. Era cianotico, le labbra violacee, i piedi e le mani bluastri. Meinhard lo aiutò a sedersi.

«Devi mangiare!» disse il cavaliere, infilando le mani nella bisaccia che portava a tracolla. Estrasse due scatole che posò sulla neve ed un pezzo di carne secca avvolta in un panno. Enrico assentì ed abbassò lo sguardo. Allungò la mano tremolante, con uno sforzo disumano riuscì a distendere le dita intirizzite dal freddo ed a chiuderle sulla carne che portò alla bocca. Era gelida e dura, ma gli sembrò morbida e calda. Nel contempo Meinhard afferrò una delle scatole, la più grande, la aprì ed intinse tre dita traendone una noce di grasso di maiale che spalmò sui piedi del re. Erano pezzi di ghiaccio. Li massaggiò a lungo, vigorosamente, fra le sue mani calde, preoccupandosi di lasciare un uniforme velo di unguento a proteggere entrambi i piedi. Quand’ebbe finito alzò gli occhi sul giovane sovrano. Enrico lo fissò riconoscente mentre inghiottiva l’ultimo pezzo di carne dopo averlo faticosamente e lungamente masticato. Meinhard prese allora la scatola più piccola, la aprì e gliela allungò. Conteneva miele addensato e semicongelato, tagliato a cubetti. Una lacrima rigò la guancia del ragazzo. Avrebbe potuto essere al caldo in uno dei suoi mille castelli ed invece stava morendo di freddo in quello squallido cortile. Com’era potuto succedere?

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