
La Rochelle, costa atlantica, 13 ottobre A.D. 1307
Il giorno infausto era arrivato, ma le loro spie a corte erano riuscite ad avvisarli per tempo. Ciò che sospettavano, e temevano, era divenuto un’amara realtà.
E così si erano preparati ad affrontarla. Non avevano avuto molto preavviso, ma erano soldati ed erano abituati a reagire con rapidità, abilità, determinazione ed efficienza. Lo erano sempre stati nei loro quasi duecento anni di storia.
Non erano più poveri compagni d’armi e nonostante le immense ricchezze che avevano accumulato, non si erano crogiolati nell’ozio, bensì erano rimasti saldi alla loro bandiera, alla fede e ai princìpi che li avevano guidati in tutti quegli anni senza mai perdere di vista né l’addestramento, né la disciplina militare.
Ogni loro movimento era quindi pianificato e studiato nei minimi dettagli, avevano preso in esame ogni possibile imprevisto e avevano gestito quella fuga, per quanto precipitosa, con una capacità logistica fuori dall’ordinario.
Purtroppo, per alcuni confratelli la via non sarebbe stata quella dell’esilio, ma del sacrificio. Si sarebbero immolati, come i tanti compagni che li avevano preceduti nel corso del tempo, in battaglie e missioni nelle quali avevano consapevolmente messo a rischio la vita, perdendo quella terrena, per guadagnarsi quella eterna.
Il martirio di alcuni avrebbe però permesso agli altri la sopravvivenza, con un altro nome, in un altro luogo, preservando il vero tesoro, non tanto l’oro o l’argento, ma la sacralità, i documenti e le inestimabili conoscenze che tramandavano.
Riflettendoci meglio, più che una fuga, si trattava di un nuovo inizio e quel porto sull’Atlantico non era altro che il primo scalino di una rampa che li avrebbe condotti ancora più in alto.
I carri arrivarono in processione, incessantemente, scaricando fieno, casse e barili che vennero immediatamente issati a bordo delle navi assieme a cavalli, galline, conigli e altre scorte alimentari, tra le quali la preziosa acqua. I marinai lavorarono freneticamente sui ponti, armeggiando funi, vele e ingrassando gli argani. Gli ufficiali supervisionarono meticolosamente l’esecuzione degli ordini, ispezionarono le stive, contarono e ricontarono il carico, saltando dai ponti delle navi alle banchine, sollecitando i facchini e i manovratori delle gru a fare in fretta e, contemporaneamente, ingiungendo loro di prestare attenzione alla merce.
Le navi dovevano essere pronte a salpare con la marea. E lo furono, non avendo alternative, poiché di lì a qualche ora, i soldati del re li avrebbero arrestati e imprigionati tutti quanti.
Le diciotto galee, a pieno carico, salparono nei tempi previsti, con le vele al vento, orientate verso una rotta ignota.
I pochi confratelli che rimasero sulle banchine del porto, alcuni dei martiri, le seguirono con lo sguardo fiero sulle insegne sgargianti che svettavano dall’alto degli alberi maestri.
I loro volti non tradivano né angoscia per ciò che li attendeva, né malinconia, pur sapendo che non avrebbero mai più rivisto i loro confratelli. Erano soldati dal cuore saldo e lo sguardo severo.
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